Archive for the ‘italian’ Category

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Ne è passato di tempo…

novembre 8, 2008

Come previsto, scritto qualche post è svanito l’entusiasmo. Sono passati mesi dall’ultimo. Che è successo nel frattempo? Mi sono laureato e ho vinto la borsa di dottorato (due, a dirla tutta: Matematica e Informatica, ma opterò per Informatica). Quindi meno studio, più tempo libero, più compiti in ufficio, più proteste per la 133, più politica, più vita sociale, più fotografia. Più confusione e apatia. Più pessimismo e fastidio. Meno voglia di fare. Passata anche la voglia di scrivere in inglese, che sarebbe anche una buona idea visto che lunedì provo il test per il GRE. Non riesco a liberarmi dell’ansia che, quando non faccio niente, sto perdendo tempo. E così non faccio niente davvero.

Gli abbozzi di post che avevo lasciato in coda sono rimasti abbozzi, non credo che vedranno mai la luce. Se mai lo faranno avranno perso il motivo d’esistere in quanto cronache, e probabilmente diventeranno nostalgiche rielaborazioni di una pagina di diario.

D’altra parte se mantengo la disciplina di scrivere in ordine rigorosamente cronologico, mi basta bloccarmi per un periodo (come è effettivamente stato) per non scrivere più niente per mesi. Quindi scrivo a caso. Come adesso. E di tutte le cose che volevo scrivere non ricordo più niente. Sarà per la prossima volta.

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Scusa, ci conosciamo?

luglio 12, 2008

Ho 3-4 post in coda e sono indietro con la scrittura, ad esempio vorrei parlarvi del rientro a Pisa, della passeggiata a Parigi, della tesi, etc… Ma ieri è stata una giornata abbastanza assurda, quindi sale di priorità.

Premessa: il pomeriggio partecipo ad un incontro di studenti di logica dove conosco Giorgio (i nomi sono tutti scelti a caso per non rivelare la reale identità delle persone citate). Alla fine dell’incontro ci invita ad un aperitivo a casa sua, su un terrazzo molto in alto da cui si vede buona parte di Pisa. Uno commenta
– potremmo guardare i balconi, di fronte, magari vediamo qualcuno che conosciamo, ad esempio lì c’è un tizio…
(Giorgio) – ma… lo conosco!
Con sapiente gesticolazione riesce a farlo venire. Pare che i due non si vedessero da un anno… (Giorgio non è neanche di Pisa)

La sera vado a vedere Gomorra allo Scotto con un po’ di amici, dopo raggiungo Rita che è in camera oscura all’Imago (dove stampo la mia prima foto dopo 7-8 anni che non toccavo un ingranditore… rifatto tutti gli errori del principiante 🙂 ).

 Rita

Usciamo verso le 2.30 e mi offre un passaggio a casa. Andando verso lo Scotto, dove ha parcheggiato la macchina, e ci imbattiamo in questo:

La macchina nera è quella di rita :-S .
Sul muretto c’è un gruppo di ragazzi che ci spiega che uno strafatto in macchina era troppo veloce e ha perso il controllo urtando le due macchine parcheggiate. L’hanno preso poco dopo.
Tra i ragazzi c’è il summenzionato Giorgio (la macchina semidistrutta era di una sua amica), quindi approfitto per presentarmi anche agli altri. Tra loro un tale Guglielmo, con cui chiacchiero un po’ dell’incidente
(Guglielmo) – […] e Rita […]
– Rita? Ma perché, la conosci??
– Sì da un sacco di tempo!

C’é anche una certa Marina. Faccio per presentarmi
– Ciao, Giuseppe
– Noi ci siamo già conosciuti ma tu non ti ricordi

Mi dice che una volta al Linux Day ho fatto un seminario su Wikipedia e dopo ne abbiamo parlato. È successo anni fa, che memoria…
Viene fuori che è fotografa anche lei (e anche molto brava), ci si mette a chiacchierare di fotografia. Nel frattempo si rifà viva anche Rita, che era a parlare con i carabinieri. Si presentano, poi
– Ma tu sei su flickr?
– Sì, sono…
– Ah ma sei anche su [altro sito che non ho capito]
– Sì! Allora ci siamo scambiate qualche email!

Morale 1: Non pensare che la serata sia finita prima di essere arrivato a casa.
Morale 2: Pisa è persino più piccola di quanto sembra.
Morale 3: Le coincidenze non esistono (cit.)

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We work hard, we play hard!

luglio 1, 2008

Dovrei bloggare sulla conferenza, ma parliamo prima del weekend…

Come saprete in diverse città del mondo si è svolto il Gay Pride (che ora chiamano solo Pride, credo). Tra queste San Francisco, in cui la comunità gay è numerosa e attiva. Potevo perdermi questo evento di importanza mondiale? Dovendo scegliere tra una folla di manifestanti in abiti insoliti, o recuperare una settimana di studio/lavoro persa per via della conferenza, ho scelto la folla.

Il SF Pride si svolge in due giorni, la sera del sabato c’è un party nel quartiere Castro, e la mattina della domenica la parata nel distretto finanziario. Ho messo tutta la mia apparecchiatura fotografica nello zaino, e sono andato.

Al party sono andato con Luca, venuto nella bay area per la conferenza, che commentava che se ci fosse stato un servizio di un telegiornale italiano che ritraeva noi due che passeggiamo in un Gay Party, la cosa sarebbe stata piuttosto equivoca…

C’era più gente che la Luminara a Pisa:
SF Pride Party

Eppure ci si riusciva a muovere abbastanza agevolmente; niente che ricordasse i tragici momenti delle manifestazioni italiane, ad esempio quando deve attraversare un passeggino… (sì, c’era qualche passeggino).

Il dress code non era troppo severo:
SF Pride Party

Ho passato gran parte della sera a caccia di una foto come questa:
Girls kissing

A causa della poca luce, e quindi autofocus lento (nonostante l’apertura f2.8, sigh) non sono riuscito a fotografare un paio di travestiti con viso e corpo bellissimi…  molte donne vere ucciderebbero per avere quegli occhi o quelle gambe. Per un istante hanno messo in dubbio la mia eterosessualità (solo un istante, però).

Molti festeggiavano in casa, salutando dalle finestre:
SF Pride Party

Per non urtare la vostra sensibilità tralascio un paio di foto di saluti fatti con altre parti del corpo.

Il giorno dopo siamo stati alla parata con un po’ di ragazzi conosciuti alla conferenza (obbligatoria foto di gruppo):
Last group photo...

A manifestare, anche persone abbastanza inaspettate…
SF Pride Parade

… o pittoresche
SF Pride Parade

E i giochi di parole si sprecavano:
SF Pride Parade

Anche se, alla fine, il tema dominante è l’amore:
LOVE

A un certo punto ho finito la memoria della scheda e mi sono messo in disparte per scaricare le foto sul pc, in quel momento è passata la delegazione di Google… quindi niente foto. Sembra che ci fossero anche quelli di Yahoo, con i cartelloni “We love gay geeks!”. E io che credevo che i geek fossero tutti asessuati…

Ciò che mi ha colpito di più non è stata tanto l’esagerazione, che di certo non manca in una parata come questa in cui lo scopo è far rumore, quanto la varietà. Ho scattato foto principalmente al non ovvio, al pittoresco e colorato, ma insieme ai travestiti e i macho seminudi sfilavano famiglie, coppie appena “sposate”, bambini con due papà o due mamme, e omosessuali di varie età, razze e provenienze. Daniela, un’altra ragazza della conferenza, raccontava che a sua figlia di 7 anni a scuola spiegano che è normale che un altro bambino possa avere due “genitori” dello stesso sesso, per evitare che questi bambini siano emarginati. Sembra che qui la convivenza omosessuale sia molto più comune e accettata.

È questa varietà che mi fa riflettere sulla natura dell’omosessualità. Non può essere solo un fatto culturale, una rara anomalia che, messa in luce da una enorme pubblicità, diventa di moda. Non può essere una cosa acquisita nell’infanzia per via di un ambiente non da manuale di pedagogia. Cause come queste non avrebbero potuto colpire persone così diverse, il cui unico punto di contatto è il provare attrazione per persone dello stesso sesso.

Tuttora non riesco a farmi un’idea precisa. Sospendo il giudizio, visto che comunque questo non influenzerebbe il mio rispetto per loro. Ma non riesco a rispondermi se mi chiedo se ci sia del “giusto” o dello “sbagliato”.

P.S. Riconosciuta la citazione?

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Ok, blog personale, ma quanto?

giugno 20, 2008

[…] di quelle cose che le ragazze scrivevano nel diario segreto, quello col lucchetto, prima che inventassero i blog…

Maurizio

Poco alla volta mi tornano in mente tutte le domande sui blog che mi sono posto negli ultimi anni, e che erano finite nel dimenticatoio. Mi riferisco ai blog personali.

Il dubbio fondamentale è: potrò pentirmi in futuro di qualcosa che ho pubblicato sul web?

A WSDM 2008, Hector Garcia-Molina (per intenderci, il PhD advisor dei fondatori di Google) nel suo keynote speech ha parlato della storia di Internet. Dopo aver gelato il pubblico mostrando l’immagine di un torero incornato da un toro (e se la sua intenzione era di fare una battuta non l’ha capita nessuno) ha raccontato un aneddoto che ha riportato l’umore della sala a livelli accettabili: trova suo figlio su Facebook, e incuriosito aggiunge il suo profilo. Nel leggerlo, scopre con grande sorpresa che ha due hobby: “smoking” e “drinking” (risata del pubblico).

Anche se immagino che la storia fosse volutamente colorita, è piuttosto emblematica. Quando scriviamo abbiamo di fronte uno schermo, non il lettore. Informazioni che può essere divertente esternare ad un lettore (ad esempio, un amico) possono essere compromettenti/imbarazzanti quando è qualcun altro a leggerle (ad esempio, il padre). E nel momento di scrivere se pensiamo all’interlocutore pensiamo all’amico (chi, idealmente, vorremmo fosse raggiunto dal messaggio).

E riprendendo la citazione in apertura (di un mio amico e collega), la situazione può essere persino peggiore per chi ha scoperto il web come qualcosa di preconfezionato, con i vari Spaces, MySpace, WordPress, senza rendersi conto di cosa c’è intorno, come ad esempio i motori di ricerca, e di come è nato e si è evoluto. Me ne sono accorto leggendo blog di ragazzi/ragazze sparsi per la rete. Probabilmente hanno interpretato il mezzo come una comunicazione esclusiva con un gruppo selezionato di persone, i detentori dell’URL. E quindi ne hanno fatto il loro diario segreto, scrivendo cose così private che probabilmente si vergognerebbero a dire a voce; e parlando di persone dando per scontato che queste non leggeranno.

A voler essere neo-positivisti, dobbiamo ringraziare queste persone: stanno insegnando alla macchina che “xke” vuol dire “perché”.

E io, che vengo classificato come geek e uso internet da prima che esistesse il PHP, sono ben a conoscenza di questi problemi e quindi non mi tangono? Sembra proprio di no…

Ci può consolare il fatto che tanto i post e le pagine si possono editare/cancellare? No. Il web non dimentica. Due leggi famose ci sono contro: legge di Murphy e legge di Moore.

Legge di Murphy (corollario): Più compromettente è una pagina, più crawler la scaricheranno.
Legge di Moore (versione storage): la crescita della capacità di memorizzazione (orizzontale) è esponenziale. Il che vuol dire che assumendo che la generazione di contenuto sia anch’essa esponenziale, ma con base più piccola, ogni tot anni possiamo backuppare tutta la storia passata e ci resta ancora metà dello spazio. Inoltre lo storage è distribuito. Niente più biblioteche di Alessandria. Potrebbe casomai succedere che i programmi di domani non riescano più a leggere i formati di oggi? (vi è mai capitato di dover aprire un file scritto con WordPerfect su un floppy da 5″ 1/4?) Non vi preoccupate, si stanno diffondendo i formati aperti.

Se quanto sto scrivendo qui è praticamente eterno, mi capiterà di rileggerlo tra 30-40 anni? Di tanto in tanto ritrovo i messaggi che scrivevo quando avevo 13-14 anni nei newsgroup, e pur ricordandoli non mi riconosco (e sorprendentemente il mio inglese era migliore di adesso…). Spero che WordPress funzioni ancora nel 2040, potrò rispondermi in un commento.

Ci sono dei futuri lettori così lontani nello spazio e nel tempo che ancora non riesco ad immaginarli? Se scrivo che non mi va di studiare, e racconto di quando copiavo i compiti, con che coerenza potrò rimproverare un mio eventuale figlio che sia riuscito a trovare il “vecchio blog del babbo”?

Immagino che filosofi e sociologi stiano studiando anche questi interrogativi (altrimenti che ci stanno a fare?). Dear lazyweb, qualche riferimento?

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Aggiornamento sulla tesi

giugno 19, 2008

Passata la prima settimana qui a Berkeley, aggiornamento sulla situazione.

Non ho ancora avuto occasione di uscire una sera, ed apprezzare la vita notturna di Berlekey (suppongo piuttosto povera in questo periodo, visto che molti studenti sono tornati a casa). La mattina alla sede di Oakland di Ask.com (bell’ufficio, non c’è che dire), e il pomeriggio in dipartimento (no, qui non c’è l’aula studenti, spiacente). Insomma, non molto diverso da Pisa, se escludiamo i 15 minuti di treno per Oakland.

Mi rimane il tardo pomeriggio, in cui vagabondo per campus e dintorni, cercando un posto nuovo dove cenare. Berkeley è un posto piacevole per passeggiare.

Finalmente la tesi ha preso una direzione positiva. O per lo meno, ha preso una direzione. Dopo le chiacchierate preliminari, e un po’ di sbattimento per preparazione iniziale su pseudocasualità, combinatoria additiva, teoremi di densità, lemmi di Szemeredi, il mio co-relatore se ne esce con un nuovo argomento che, ovviamente, non c’entra niente con quanto si era detto prima.

L’altro argomento era certamente di più ampio respiro, e probabilmente sarebbe anche piaciuto di più ai matematici puri che dovranno giudicarmi in commissione di laurea. Però non era chiaro cosa dovessi fare, e sicuramente non avrei cavato un ragno dal buco, o comunque non in tempi ragionevoli. Qui la direzione invece è stata precisa dall’inizio: implementare l’algoritmo, fare esperimenti, vedere se c’è qualcosa da dire sull’analisi teorica. Implementare? Non me lo sono fatto chiedere due volte 🙂 Ora chi lo dice a mia madre che non tratto più il teorema di Green-Tao? 

Risultato, un’implementazione è pronta (insieme a quelle di un altro paio di algoritmi, di cui uno è lo stato dell’arte) e i risultati preliminari sono promettenti. Non è la prima volta che il Python mi salva la vita. Mentre sono nella Bay Area considererò un pellegrinaggio da Guido Van Rossum.

Nel cercare librerie per risparmiarmi lavoro nell’implementazione sono rimasto esterrefatto dall’ecosistema di librerie scientifiche/matematiche che si è formato attorno a Python. Sembra che abbia catturato l’entusiasmo dei ricercatori (e come biasimarli?), e grazie alla semplicità di modularizzazione e interoperabilità ne sia uscito un ambiente completo. Come Matlab, ma su un vero linguaggio di programmazione. Librerie che meritano di essere menzionate:

  • SciPy: Semplicemente impressionante. Algebra lineare numerica, funzioni statistiche, e milioni di altre cose che non ho ancora avuto il tempo di guardare. Il tutto con una interfaccia pythonica. Insieme a MatPlotLib per i grafici rende Matlab solo un brutto ricordo.
  • NetworkX: Libreria di grafi che implementa qualsiasi algoritmo vi venga in mente, e qualsiasi costruzione (grafi particolari, casuali, prodotti…). Si interfaccia con SciPy (per esempio per la costruzione del laplaciano). Programmativamente non è un granchè (il modulo principale è un blobbone di funzioni, il grafo è un dizionario di dizionari), ma fa onestamente il suo lavoro.
  • CVXOPT: Ottimizzazione convessa, l’ho usato per risolvere il primale-duale di Semidefinite Programming per l’algoritmo di Goemans-Williamson. Non ci ho guardato a fondo, ma funziona ed è abbastanza veloce, considerando che gli algoritmi sono implementati in Python (ma usando le primitive BLAS. Si può interfacciare alla libreria DSDP ma devo impostare l’SDP in un modo diverso, ci sto lavorando). Secondo l’articolo del ’95 ci volevano intorno ai 4000 secondi per risolvere un grafo di 200 nodi. Con la mia pessima implementazione ci mette intorno ai 5 secondi sul mio MacBook Pro. Sembra che sia hardware che algoritmi siano migliorati… 🙂

Tornando alla tesi, qui ho conosciuto un paio di dottorandi che lavorano su problemi simili e si sono anche loro interessati al nuovo algoritmo. Chiacchierando con loro per un paio d’ore alla lavagna ho imparato di più che negli ultimi mesi (ma lo sapevate che gli autovettori del grafo di Cayley sono i caratteri della rappresentazione, e quindi nel caso abeliano la base di Fourier? La teoria delle rappresentazioni SERVE A QUALCOSA!)

Se fossi rimasto a Pisa probabilmente in questo momento sarei ancora a scambiare email (con round-trip medio di un giorno, visto il fuso orario) per capire l’argomento della tesi…

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A new blog in town

giugno 15, 2008

Ci siamo, si va in scena (showtime, direbbe il modem ADSL). Rimandato troppo a lungo, questo testo rischia di essere il primo post del mio blog. Se lo state leggendo, è sopravvissuto al parto.

Non ricordo più da quanto bramo di tenere un blog. Un tempo mi piaceva scrivere, anche solo i temi a scuola. Ho perso l’abitudine, la mia scioltezza con l’italiano è crollata. Voglio riprendere. Dopo abortiti tentativi (di cui non incollo il link, trovateveli da soli), stavolta sono più motivato. Sono ottimista. Ne uscirà qualcosa di buono.

La motivazione è rinvigorita da una serie di circostanze di cui forse vi parlerò in futuro (e conto anche di fare un bel post sulla procrastinazione, leitmotiv della mia vita). Però vorrei menzionare due cause scatenanti:

  • Una lunga chat con Luca, che come sempre si è conclusa con un “cazzo, dovremmo aprire un blog e scriverci queste cose”. Sembra che anche lui si sia finalmente deciso.
  • La mia permanenza a Berkeley: anche se è meno di una settimana che sono qui, inspiegabilmente questa città mi ispira. Mi ispira molto. Mi fa sentire a mio agio. Un compito che la mia città natale ha largamente fallito e che Pisa ha mancato di poco.

Ma principalmente, un desiderio forte di uscire da questo stato di “sì, lo farò quando ne avrò voglia e quando sarà il momento”. Ultimamente sono riuscito a portare a termine cose che rimandavo da tempo (per esempio, ho un account Flickr!). Ma anche di questo parlerò nel mio post sulla procrastinazione.

Sfilo quindi il mio fido MacBook Pro dalla Second Skin rossa molto fancy, e mi siedo a un tavolino del “caffè Strada”, su Bancroft & College. Tranquilli, non mi sono già ghettizzato: qui i caffè e i ristoranti hanno nomi italiani, e i fast food messicani o asiatici. L’altra scelta era il “caffè Milano”…

A portata di mano, un caffè americano (mi sono addestrato ad apprezzare la birra, riuscirò anche con questo), e una torta al cioccolato che avrebbero fatto meglio a chiamare “torta al burro con cioccolato”, peccaminosamente buona. La radio trasmette la terza sonata di Chopin.

Sono pronto, veniamo agli aspetti pratici.

Nell’apertura di un blog, è necessario prendere decisioni importanti. Per un indeciso come me, questo significa lacrime e stridore di denti. Voglio condividere i principali dilemmi:

  • Cosa scriverci?
    Da tempo mi sono voluto convincere che la mia vita è noiosa, abbastanza da non avere mai niente da raccontare. Che questo sia vero o no, un blog mi permette di scrivere di tutto senza tediare il malcapitato di turno. Massima espressione della democrazia, se uno non vuole leggere un blog non lo legge, e siamo tutti contenti.Magari cose da dire le avrei anche, ma mi annoia terribilmente ripeterle dopo averle raccontate la prima volta. E per non escludere nessuno non le dico affatto…    

    Altra solita causa bloccante, la mia paura del giudizio altrui, la certezza che raccontando le mie storie e le mie opinioni sia più facile (del solito) etichettarmi come sfigato, ingenuo, banale, etc… Beh, amen, la mia autoanalisi l’ho fatta, un po’ di confronto non potrà fare male. Siete caldamente invitati a commentare.

    Quindi, dichiarazione programmatica: Il blog conterrà vita personale, nelle sue vittorie, sconfitte, lamentele e sfoggi, pensieri a caso, cose senza senso, roba da nerd (matematica e informatica), fotografie, elucubrazioni, seghe mentali, politica (poca), lavoro, studio, attacchi personali, insulti, idee poco promettenti, e psicologia e filosofia spicciole (limitate dalla mia
    scarsissima cultura in proposito).

  • La lingua
    Aah, punto dolente. Sono sempre più in contatto con non italiani. Mi dispiacerebbe precludere loro la comprensione delle mie filippiche. E ho bisogno di allenarmi a scrivere in inglese. Ma visto il programma del blog ho bisogno di una lingua di cui ho la completa padronanza, in tutte le sue sfumature. Gli argomenti sono troppo fragili e un uso improprio delle parole sarebbe fatale. Non escludo che in futuro il blog viri completamente verso l’inglese (magari traducendo i vecchi post), o faccia una versione bilingue, o faccia un po’ a caso (più probabile).
     
  • Il nome
    Faccio fatica a trovare nomi per le variabili quando programmo, immaginatevi inventarmi un nome catchy ma suggestivo, per un blog che, in un modo o nell’altro, mi rappresenta. E soprattutto, che non sia già preso. Potrei tagliare la testa al toro e andare su qualcosa di anonimo, tipo “lo spazio di OT”. Rispettare la tradizione ricorsiva dei nerd, tipo “QINAB: QINAB Is Not A Blog”. O aspettare un’idea geniale che non arriverà. Ci penso ancora per 5 minuti, via… UPDATE: dopo molti più minuti, sono giunto a “Stream of caffeiness”. Magari poi ve lo spiego. Vi piace?
     
  • La piattaforma
    Questa è per i nerd: WordPress o Blogspot, o hostato da qualche parte? Blogspot è Google, sono sicuro che sopravvivrebbe anche in caso di attacco termonucleare o nuova fine delle .com. WordPress, piattaforma aperta, ottima gestione del LaTeX, ma PHP, ARGH! Hostato e autogestito: ma chi me lo fa fare? Finchè posso scrivere testo e linkare le mie foto su flickr, fa il suo sporco lavoro. La monetina ha scelto WordPress.

Il dado è tratto, ho le risposte. Adesso è tutta in discesa.

Mi piacerebbe dire “grazie, cari lettori, per esservi scorsi tutto questo polpettone ed essere arrivati fin qui”. Ma so benissimo che avete barato, letto il primo paragrafo, skippato completamente la parte centrale e arrivati alla fine. Però così vi siete persi l’easter egg.